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cultura come confronto

febbraio 2009

Nel febbraio del 2004 Marco De Michelis, allora preside della Facoltà di Design e arti dell’Università Iuav di Venezia, mi chiese se volevo andare a San Marino ad avviare, congiuntamente con la locale università che ne faceva richiesta, un nuovo corso di laurea in disegno industriale.

Da allora, fino al 27 settembre del 2008, ho passato metà del mio tempo a San Marino seguendo un progetto didattico che mi ha permesso di confrontarmi quotidianamente con i mille problemi della gestione di un ciclo formativo a livello universitario, in questo strano momento in cui viviamo.

Un momento in cui non è per nulla chiaro dove stiamo realmente andando.

Contemporaneamente sono entrato in contatto con una realtà “anomala” com’ è quella di un piccolo Stato, la Repubblica di San Marino che, come tanti bambini che hanno frequentato la costa romagnola, ricordavo come l’occasione di una gita in un giorno piovoso, francobolli e altre cose più o meno noiose.

In quattro anni passati sul monte Titano sono invece stato colpito, e poi sempre più coinvolto, dalla ricchezza di una popolazione che ha ancora il senso di comunità e continua a discutere, e litigare, sulle scelte politiche.

Cose sempre più difficili da riscontrare in Italia.

Una comunità che mantiene ancora vivo il senso di autonomia e di specificità come sua più grande risorsa.

In questi anni ho potuto maturare un’idea di scuola in parte diversa da quella di molti colleghi.

Diversa a tal punto che, nel settembre del 2008, venutami a mancare la fiducia da parte di chi dirige le due università, ho ritenuto che l’unica soluzione possibile fosse quella di dare le dimissioni dalla direzione di una scuola che avevo contribuito a progettare e a far crescere.

Una scelta difficile, ma motivata dall’idea che, davanti alla responsabilità di formare delle nuove generazioni, è sbagliato chiudersi nell’alibi che “tanto tutti fanno così” o “siamo costretti dalle attuali condizioni”.

Molti dei limiti dell’attuale contesto formativo sono conseguenza del silenzio, del rumoroso silenzio, di una generazione di docenti, di ruolo o a contratto, che impegnati onestamente a tenere il proprio corso, pensano che dove va l’università sia problema di altri.

Il limite maggiore del nostro modo di procedere è l’assenza di confronto, l’isolamento e la chiusura nelle nostre specifiche attività didattiche.

La crisi dell’università oggi è una crisi culturale, prima che funzionale, e il problema non è quello di ripensare le procedure, ma la cultura che riusciamo realmente a trasmettere, sapendo che la missione di una istituzione universitaria pubblica non è solo la formazione ad una determinata professione ma anche l’educazione, in senso pieno, delle nuove generazioni.

Come ricordava Maurizio Ferraris nel gennaio di quest’anno su un domenicale de Il sole 24 ore “la posta i gioco nella crisi dell’università (…)  è la possibilità di una cultura diversa dalla sudditanza e dal narcisismo che accomuna i reality show e i più superstiziosi dei culti religiosi.”

Può essere ingenuo proporlo in un periodo in cui la lettura è stata sostituita dal rapido sguardo delle immagini, ma avendo la voglia, e il tempo, di leggere con un minimo di attenzione i primi quattro numeri  di SMUD  è invece possibile ricostruire un percorso culturale che, riflettendo su queste questioni, ha cercato di legare didattica, ricerca e confronto con i problemi che investono i grandi cambiamenti che stiamo vivendo.

Un percorso iniziato con l’attività didattica, e di ricerca,  sul design per il sud del mondo avviata a Venezia negli anni Novanta e che,  con l’esperienza sviluppata a San Marino, ha avuto importanti momenti di approfondimento e di crescita,  come dimostra la conferenza internazionale “Design oltre i confini dello sviluppo” del 2007 e la realizzazione della partecipazione ufficiale della Repubblica di San Marino alla Biennale di Venezia nel 2008 con la mostra “Sout Out There”.

Scegliere i problemi del sud del mondo come filo conduttore di un impegno didattico e culturale esula dalle reali esigenze del contesto territoriale a cui dovrebbe guardare una istituzione universitaria ?

Nonostante gli atteggiamenti di chi, non amando il confronto culturale, si rifugia in pure scelte organizzative, merita tentare di dare una risposta a questo interrogativo che sintetizza l‘unico aspetto “culturale” delle critiche mosse nei confronti del lavoro realizzato in questi anni.

E’ francamente strano ritenere che, davanti ai grandi cambiamenti prodotti dai processi di globalizzazione,  possano esistere degli ambiti separati dove isolare le relazioni tra formazione, ricerca, e strutture produttive.

E’ francamente strano pensare che le piccole e medie industrie abbiano possibilità di sviluppo prescindendo da processi globali le cui variabili non possono essere rintracciate in una arcaica visione della territorialità.

Se questo vale per qualsiasi approccio disciplinare è ancora più evidente per quanto riguarda la specificità dei processi innovativi nell’ambito del design: a meno che non si riduca il design a mera questione formale, pura tecnica di marketing di aggiornamento del posizionamento dei prodotti.

Solo studiando le trasformazioni, e le esigenze, che investono l’altro 90% della popolazione del mondo, riusciremo a progettare le condizioni per riacquistare un futuro anche per i nostri figli.

Seguendo questa impostazione il quinto numero di SMUD pubblica i risultati dei workshop che, parallelamente alla mostra della Biennale, sono stati realizzati a San Marino nel settembre del 2008 “ancora una  volta” guardando alle esigenze del sud del mondo.

Marco Zito, che ha coordinato i workshop, entra nel merito dell’impostazione di questi lavori, mentre i docenti che hanno diretto i vari gruppi di studenti illustrano i risultati ottenuti…, io vorrei limitarmi a ricordare come uno degli aspetti che ha caratterizzato l‘impostazione del 3° San Marino Settembre Workshop è stato il tentativo di creare le condizioni per migliorare il confronto tra docenti e studenti, tra studenti ma anche tra gli stessi docenti.

L’obiettivo era sempre lo stesso, quello che già nel primo SMUD cercavo di chiarire concludendo la presentazione di quel numero: “… fare dell’università non un luogo di rapido consumo culturale, ma un ambiente dove una comunità di studenti, docenti e personale amministrativo, confrontandosi, possa crescere.”