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L'origine

Capita raramente di poter progettare, e realizzare, un corso di laurea dal nulla.

Nel mondo accademico solitamente i corsi di laurea nascono per articolazione, smembramento e/o accorpamento, di insegnamenti e corsi di laurea già esistenti.

Sono un gruppo di docenti strutturati, provenienti da esperienze diverse di uno stesso ateneo, che si riuniscono è danno vita ad un nuovo ciclo formativo.

L’origine del corso di laurea in disegno industriale di San Marino è totalmente anomala.

Quando nel marzo del 2004 Marco De Michelis, allora preside della Facoltà di design e arti dello Iuav, mi chiese di andare a San Marino per avviare un nuovo corso di laurea in design non mi era ancora del tutto chiaro questo aspetto particolare dell’esperienza che avrei sviluppato negli anni successivi.

Le potenzialità, ma anche i limiti, di questa condizione: avere la rara, e straordinaria, occasione di poter individuare e proporre l’intero corpo docente di quello che, in quasi due anni di lavoro preparatorio, sarebbe diventato un nuovo corso di laurea.

 

Un’ulteriore anomalia nasceva dal fatto che la, relativamente giovane, Università degli Studi della Repubblica di San Marino era allora esclusivamente luogo di ricerca ed alta formazione.

Un ateneo di nicchia con prestigiosi dottorati di ricerca e master ma senza corsi di laurea triennale, che comportano la quotidiana presenza di giovani studenti a cui offrire servizi per studiare e possibilmente risiedere vicino all’università.

Si trattava di operare il passaggio, come allora si disse, “da università degli studi a università degli studenti” con tutto ciò che comporta dal punto di vista logistico ed organizzativo, ma non solo.

Questo passaggio metteva, e forse mette tuttora, in luce l’esigenza di verificare appieno le caratteristiche dell’ateneo sammarinese che promuoveva questa nuova iniziativa formativa.

La sua aderenza e la sua specificità rispetto al senso di quella grande creazione dello spirito europeo che storicamente è stata l’Università.

Il senso dell’università era, e dovrebbe ancora essere, essenzialmente volontà di sapere tramite una ricerca, un’ indagine, libera e autonoma.

L’università come luogo plurale.

Luogo di conflitto e di dibattito tra una pluralità di saperi, germe originario da cui nasce l’idea stessa di università.

E’ solo attraverso questo confronto che si sviluppano realmente i saperi e le discipline crescono.

Le discipline dovrebbero svilupparsi insieme, dialogando e confrontandosi, non chiuse in orti autoreferenziali come spesso oggi accade anche nelle università italiane.

Quanto tutto ciò fosse realmente considerato, inserendo nell’ateneo sammarinese un nuovo ciclo formativo in design, con le caratteristiche di corso triennale, non mi era e non mi è ancora chiaro.

Come mi è rimasto oscuro se l’ateneo sammarinese avesse allora un reale progetto generale che permettesse all’università di crescere non puramente come sommatoria di corsi universitari.

 

In ogni caso il 2004 vede l’inizio di un periodo intenso di progetti, programmi di fattibilità, riunioni, sopraluoghi per trovare la sede più idonea, e ancora riunioni e confronti, cambiamenti di programma… fino al 7 ottobre quando i due rettori, dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino e  dell’Università Iuav di Venezia, firmarono, insieme al Segretario di stato per l’ Università, la convenzione che istituiva il nuovo corso di laurea congiunto che inizierà ufficialmente le proprie attività il primo ottobre 2005.

Dal marzo 2004 all’ottobre 2005 passano quindi 18 mesi di lavoro che ci permettono di definire, ed avviare, la macchina logistica ed organizzativa per realizzare il primo anno accademico 2005-2006.

18 mesi in cui spesso avvengono cambiamenti di programma come, ad esempio, per la scelta della sede.

Prima ci fu proposto un capannone industriale in una poco accessibile zona di periferia poi un terreno edificabile dove realizzare, qualcuno propose addirittura tramite un concorso internazionale di progettazione, una nuova sede…fino alla proposta dell’ ex Monastero di Santa  Chiara che, tra le altre cose, era stato restaurato, con molta sensibilità ed intelligenza progettuale, proprio per accogliere attività universitarie.

Non ho mai capito perché questa soluzione, la più logica, ci sia stata proposta solamente come terza opzione.

 

Sul fronte didattico il carattere congiunto del corso di laurea, per la validità legale del titolo di studio anche in Italia, richiedeva l’applicazione delle stesse “tabelle di insegnamenti” che utilizzavamo allo Iuav. Quindi, nonostante i forti dubbi che, almeno personalmente, avevo nei confronti di un modello sperimentato ormai da un decennio a Treviso, i margini di cambiamento e innovazione erano minimi.

Si trattava di arricchire questo modello tramite iniziative che aiutassero a costruire un programma culturale della scuola consolidando, intorno a questo programma, una reale comunità scientifica.

Come cercai di spiegare, introducendo il primo numero di San Marino University Design : “In una scuola di design lo scopo non è solo quello di formare dei giovani ma di fare anche ricerca insieme, considerando gli studenti come dei collaboratori. Non una scuola quindi che si limita a “trasmettere” sapere ma un luogo dove insegnare anche per continuare ad imparare. E in una università, come nel caso del disegno industriale, formata prevalentemente da un corpo docente di professionisti (grafici e designer), è fondamentale intendere l’insegnamento non come un puro trasferimento dei propri “segreti del mestiere”, ma come un modo per fare ricerca e occasione per riflettere insieme sui continui cambiamenti”.

Ripensando ai primi tre anni di funzionamento della scuola non so francamente quanto di tutto ciò si sia realmente concretizzato. Quanto si sia sviluppato un effettivo “programma culturale” e quanto si sia consolidata una reale comunità scientifica intorno a questo programma.

Probabilmente rileggendo oggi l’elenco degli autori invitati agli Incontri sul design, molti dei quali in seguito diventati docenti della scuola, o guardando alle tematiche sviluppate nei primi San Marino Settembre Workshop , è possibile ricostruire l’inizio di un percorso culturale che ha trovato i principali momenti di esplicitazione, ed approfondimento, nel convegno internazionale organizzato nel 2007 “Design oltre i confini dello sviluppo” e nella mostra “South Out There” del 2008 con cui la Repubblica di San Marino è ritornata ad esporre alla Biennale di Venezia.

Il tentativo di costruire l’identità di una scuola, come centro di formazione e ricerca, che riconosca la priorità del design, e della “creatività” responsabile, come servizio per il miglioramento sociale locale e globale.

L’ottica in cui si cercava di muoversi era infatti il rafforzamento dell’università come luogo di pensiero critico che sapesse reagire, ed agire, davanti alle condizioni di incertezza che caratterizzano il presente.

 

Negli anni successivi la scuola si consolida attivando, anno dopo anno, tutti i corsi del triennio ed estendendo quindi il suo corpo docente ma soprattutto radicandosi maggiormente nella realtà sammarinese per la sempre più estesa presenza di studenti che vi studiano, e per le collaborazioni con alcune Segreterie di Stato e con associazioni ed operatori presenti nel territorio. Tra le collaborazioni più significative va ricordata quella realizzata con il Soroptimist di San Marino in Africa. Il programma Atelier Rwanda per la formazione e la ricerca sulla lavorazione artigianale delle fibre vegetali che negli anni si è sviluppato coinvolgendo anche altre sedi universitarie

 

Nel frattempo crescendo l’esperienza della scuola, cresce anche la possibilità, e la necessità, di verificarne l’andamento e i primi risultati.

Capire i punti di forza e i limiti del processo che si era avviato cercando di individuare le possibili azioni correttive, ma soprattutto cercare di definire le potenzialità per operare un vero salto qualitativo non accontentandosi dei livelli raggiunti.

A livello dell’Ateneo rari sono, in quegli anni, i momenti di approfondimento e confronto sul senso dell’estensione dell’ università con l’apertura di ulteriori nuovi corsi triennali.

Prevalse un atteggiamento pragmatico che implicitamente tendeva a configurare l’ateneo come complementare a quello italiano se non romagnolo. Si attivavano quei cicli formativi che “mancano” nel territorio circostante. Si seguiva la logica della presunta domanda potenziale di un bacino locale.

Nel sottofondo qualcuno rimpiangeva ancora il più “tranquillo” ateneo di nicchia sottovalutando come altro era il contesto in cui era nato e particolare la spinta culturale che lo aveva prodotto. Non c’erano ormai più gli Zangheri e gli Umberto Eco della fase iniziale.

Nessuna attenzione rispetto alle dinamiche che nel frattempo producevano importanti cambiamenti in Europa per costruire processi di formazione che sapessero rinnovarsi e collocarsi nella competizione internazionale.

Ma soprattutto nessuna riflessione per capire come ripartendo dall’alleanza organica, originaria, tra “università e città”, nel nostro caso “una piccola università in uno piccolo stato”, si potesse, tramite la propria autonomia, affermarsi sul piano internazionale.

Ed è proprio il piano internazionale, non riduttivamente inteso come relazione San Marino – Italia, la sfida che a quel punto invece poteva, e a mio parere, doveva affrontare il corso di laurea in disegno industriale di San Marino.

Il corso negli anni aveva coinvolto importanti designers ottimi docenti come Sebastian Bergne, Riccardo Blummer, Giulio Iacchetti, Marco Ferreri e Marco Zito per fare solo alcuni dei nomi più significativi nel campo del design del prodotto o Giorgio Camuffo, Francesco Messina, Omar Vulpinari e Gianni Sinni per la grafica e  la comunicazione visiva.

Quali altri corsi di laurea in Italia potevano contare su un gruppo così significativo di autori ?

E in Europa ?

Rispetto agli analoghi corsi di laurea europei, in più, il corso di San Marino offriva una serie di insegnamenti nei settori storico, critico e umanistico molto spesso assenti nei loro curriculum di studio. A San Marino erano invece presenti questi insegnamenti con docenti come Giovanna  Cosenza, Renzo di Renzo, Agnes Kohlmayer, Maddalena Scimemi e Dario Scodeller.

O per altre discipline approcci innovativi come quelli portati avanti da Ramin Razani, Davide Riboli e Michele Zannoni.

 

Quali erano allora i punti di forza dei possibili “competitor” sul piano europeo come  il Royal College of Art di Londra o la Design Academy di Eindhoven, per fare riferimento a due delle scuole allora più significative in Europa ?

Un maggiore investimento in laboratori ed attrezzature ma soprattutto una diversa organizzazione della didattica molto più adeguata per la formazione dei futuri designer rispetto al modello italiano.

Sicuramente non il prestigio e le capacità del corpo docente.

Per i laboratori eravamo riusciti, grazie alla collaborazione della Segreteria di stato, ad avviare un progetto per estendere gli spazi del corso di laurea nell’ex galleria d’arte contemporanea confinante con il Monastero di Santa Chiara. Un progetto che credo, come tanti, sia poi naufragato.

Per una diversa organizzazione della didattica si trattava di fare delle scelte più complesse ma fondamentali per inserirsi in una reale dimensione europea.

La scelta più drastica sarebbe stata quella di svincolarsi dallo Iuav e avviare una trasformazione che rapportasse l’organizzazione della scuola di San Marino alle nazioni europee più avanzate in questo settore della formazione: Olanda e Inghilterra.

Ma chiudendo la cooperazione con l’Italia (Venezia) si perdeva la validità legale del titolo di studio.

Perché c’è ancora qualcuno che crede nell’importanza del valore del titolo di studio nei settori del design?

Per le nuove generazioni è più importante avere un titolo di studio dal valore legale o una formazione più avanzata?

Una scelta meno drastica era rimanere legati allo Iuav, mantenere l’impianto del ministero italiano ma diluendolo in quattro anni riorganizzarlo con tempi e modalità più adeguate all’insegnamento del design.

Ma in questo modo si usciva dalla Carta di Bologna che ha sancito il sistema 3+2.

Non è vero niente. Altri stati europei, che hanno aderito alla Carta di Bologna, come l’Olanda lo hanno fatto limitandosi a chiamare il primo anno (l’anno in più): anno propedeutico.

Ma queste idee, queste preoccupazioni sui limiti dell’esperienza avviate e sulle sue potenzialità, non erano condivise così altri si assunsero il compito di continuare.

 

Come si vede in questo caso l’origine è solo un fatto cronologico

Non indica, come ritenevano i latini, il senso, la destinazione di un organismo, il suo destino o quella che vorremmo essere la sua destinazione.