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riconvertire il design

marzo 2009

Le tesi che vorrei sostenere sono due:
1. La “sostenibilità” è utile, necessaria ma non sufficiente. E’ una terapia che forse tiene in vita ma non guarisce il paziente: la terra.
2. Il sistema formativo in Italia non è attrezzato per rispondere a questo livello dei problemi ed è, quindi, necessario avviare un processo di riconversione del design, tale da permettere di cogliere la complessità della fase che stiamo attraversando.

Nel rivedere, alla luce degli interventi presentati al Convegno Less is Next, il mio contributo, ritengo  utile sottolineare due aspetti:
a. il carattere interdisciplinare del convegno ha permesso di evidenziare la “gravità” del contesto in cui dobbiamo collocare le nostre riflessioni sul design;
b. dalla data del convegno, ottobre 2008, al momento in cui scrivo, marzo 2009, la crisi finanziaria ha evidenziato, in termini drammatici, i problemi legati al modello di sviluppo fino ad oggi perseguito.

Tenendo conto di questo, nella costruzione di un “Manifesto per un design solidale e sostenibile” si  è sottolineato, giustamente, lo stretto rapporto che deve esistere tra diverso modello di sviluppo e nuova concezione della vita nei Paesi industrializzati.
Da qui la necessità di individuare nuovi parametri di valutazione della qualità della vita sostenibile per le future generazioni.

Bisogna allora chiedersi: davanti a questa dimensione dei problemi, il design e le istituzioni preposte alla formazione e alla ricerca, in questo settore sono attrezzate?

Molto spesso queste tematiche vengono affrontate, nelle nostre università,  come questioni prevalentemente tecniche, risolvibili con materie aggiuntive come “eco-design” o altro, affiancate ad un percorso formativo che prescinde totalmente da una riflessione sul significato globale di queste scelte.
E’ sempre più urgente che il significato del design solidale e sostenibile investa globalmente il percorso formativo, recuperando in tal senso, anche la funzione educativa di una università sempre più professionalizzante e sempre meno educativa.
Purtroppo riflettere sui contenuti della formazione universitaria è sempre più raro e difficile, in un contesto accademico schiacciato dalla gestione del quotidiano senza alcuna capacità e volontà di aprire una reale riflessione sui limiti delle trasformazioni che le varie “riforme” hanno generato nell’organizzazione dell’università.
Se questo ragionamento vale per l’insieme del sistema universitario italiano, è ancora più evidente per quelle aree che si occupano di progettazione e design.
Il modello di “didattica del design” attuato in Italia con l’applicazione della riforma “3+2” oltre ad evidenziare tutti i suoi limiti per quanto concerne l’eccessiva pseudo specializzazione dei corsi di studio e la deriva “professionalizzante” degli obiettivi formativi, mostra sempre più un colossale ritardo rispetto alle trasformazioni in atto.
Ci troviamo davanti ad una scuola  del design che guarda acriticamente ad un modello di sviluppo superato e in crisi come se il “miracolo italiano” fosse in piena crescita e l’esigenza primaria la formazione di “creativi” capaci di aggiornare stagionalmente i cataloghi con nuove variazioni di prodotti.
Una diversa educazione al consumo e all’uso consapevole delle risorse, comporta invece una netta discontinuità rispetto al binomio design-moda che ha in questi decenni caratterizzato la riflessione sul design egemonizzata dalle questioni del “made in Italy”.
Significa evidenziare la necessità di superare la stagionalità dei prodotti, la loro obsolescenza programmata, ecc. recuperando l’invecchiamento come valore.
Il valore dell’uso in contrapposizione al godimento del consumo.
Un esempio, come immagine del ragionamento che andrebbe sviluppato, può essere il divano di pelle realizzato con materiali naturali.
Costa sicuramente di più di qualsiasi divano realizzato con schiume, più o meno sintetiche, ma può durare anche tre generazioni.
Abbiamo ancora la possibilità di giocare con gli imbottiti che hanno segnato importanti stagioni del design italiano o siamo “purtroppo” fuori tempo massimo?

Nel mondo produttivo esistono vari approcci al tema della sostenibilità e tra questi i più significativi sono due:
1.  C’è chi guarda alla sostenibilità come modo per risolvere dei bisogni urgenti avendo una chiara consapevolezza della drammaticità dei problemi del globo e quindi volontà di correggere gli errori che il nostro modello di sviluppo ha determinato.
2. C’è invece chi vede nella sostenibilità essenzialmente un valore aggiunto nelle strategie concorrenziali ( il prodotto pulito / verde / eco) e quindi si adegua solamente ad alcuni principi ecologici.
Forse potremmo parlare di moda della sostenibilità.
Non si vuole esprimere un giudizio di valore nè si vuole affermare che i primi siano più importanti dei secondi.
Va detto anzi che i secondi, “l’effetto moda”, permette di generalizzare procedimenti sostenibili in aree produttive inaspettate.
In questa occasione però guarderei maggiormente ai primi, dove la consapevolezza dei problemi, dei veri problemi, e loro drammaticità risulta essere il  fattore determinante.
A questa categoria, del resto, si spera che appartengano tutti coloro che si occupano di progettazione visto che ormai dovrebbe essere acquisito che la sostenibilità non è un problema specialistico ma una pre-condizione al progetto.

Già l’articolazione dei contributi di questo convegno mette in evidenza come volendo indagare sul grado di sostenibilità di un prodotto, non ci si possa limitare ad uno degli aspetti, i materiali utilizzati, ma è necessario analizzare tutte le altre componenti del sistema produttivo: il suo ciclo di vita, i consumi legati alle tecniche produttive utilizzate, la distribuzione, ecc.
Tutto ciò rende molto più complessa una corretta valutazione delle scelte.
Recentemente alla trasmissione “Che tempo che fa” (condotta da Fabio Fazio) Maurizio Milani raccontava come per produrre un litro di carburante biologico bisogna consumare circa un litro e mezzo di benzina per trattori o altre fasi della lavorazione.
Forse non è vero ma possiamo prenderla come metafora dell’esigenza di controllare l’intero sistema produttivo e non il prodotto isolatamente.
L’incidenza dei trasporti è esemplare.
Con globalizzazione e  delocalizzazione  la logistica e i trasporti sono diventati il fulcro del processo produttivo e distributivo (trasporti = inquinamento ecc).
Pensate al “cavatappi” di Mendini icona del Made in Italy. Una volta veniva realizzato fra Brescia e il Lago Maggiore oggi è realizzato in ognuna delle sue trentadue (32) componenti  in un luogo diverso della Cina e una volta assemblato, portato in Italia dove viene marchiato Made in Italy per poi essere trasportato e venduto in tutto il mondo.
Capite che dal punto di vista del consumo energetico, e dell’inquinamento, mi interessa poco sapere di che materiale è fatto.

Ma il ragionamento sulla sostenibilità riguarda il Nord ricco ?

La macchina produttiva, i problemi derivati sul globo, fanno riferimento all’attuale livello di consumo del 10% della popolazione. E l’altro 90% ?  
E se anche l’altro 90% della popolazione arrivasse al nostro stile di vita e di consumo ?
Cosa succederebbe ?
Siamo sicuri che sarebbe sufficiente adottare criteri di sostenibilità?

Ma la realtà è un’altra.
Pensiamo al caso dell’acqua:
noi 10%, progettiamo sempre nuove bottiglie (poi imponiamo la raccolta differenziata), nei ristoranti più sofisticati abbiamo inserito il menu dell’acqua accanto a quello del vino, realizziamo negozi dove si può comprare solo acqua ma di tutti i tipi e che proviene da vari posti del pianeta (traffico, inquinamento ecc),
mentre il 90% (1,4 miliardi di persone nel mondo) non hanno accesso all'acqua potabile.
Se si tiene conto della qualità dell'acqua, questa cifra aumenta a 2 miliardi.
Ogni anno, 2,2 milioni di persone muoiono per malattie legate alla cattiva qualità dell'acqua!
La realtà è un’altra ed è che lo “sviluppo sostenibile” è funzionale a riprodurre i nostri privilegi e i nostri modi di consumo a prescindere dalle condizioni del resto del mondo.
Lo sviluppo sostenibile è un ossimoro. Non può esistere uno sviluppo che sia realmente sostenibile. Come ricordava Gilbert Rist : lo «sviluppo» è simile ad una stella morta di cui ancora percepiamo la luce, anche se si è spenta da tempo, e per sempre.


Forse dunque è necessario…

…rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati
… progettare più modi d’uso e comportamenti che oggetti e prodotti: l’esempio dei sacchetti di plastica è in tal senso interessante.
Nel mondo consumiamo ogni anno 1 milione di miliardi di sacchetti di plastica per fare la spesa,15 miliardi solo in Italia.
Dal 2010 in Italia (forse) saranno utilizzabili solo sacchetti in plastica biodegradabile.
Sarà sicuramente un grande passo avanti ma per produrre questi sacchetti di plastica biodegradabile cosa consumeremo?
Una possibile scelta alternativa non sarebbe riusare la vecchia “sporta” il sacchetto di rete ?
.… superare l’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”;
… rallentare il nostro modo di vivere, consumare, produrre;
… ridurre l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare;
… tornare ad essere persone e non solo clienti.
Ridurre la produzione degli oggetti.

Ma, come mi interrogavo all’inizio, davanti a questa dimensione dei problemi il design, e le istituzioni preposte alla formazione dei futuri professionisti sono attrezzate?

L’esperienza di questi anni dimostra che il modello di istruzione che abbiamo costruito non è all’altezza dei problemi.
L’esperienza di questi anni dimostra addirittura che, nonostante ci siamo chiusi sul “prodotto”, non siamo neanche riusciti a confrontarci seriamente con il mondo produttivo per capire di cosa veramente abbiamo bisogno.
Un mondo produttivo che, almeno nella nostra esperienza trevigiana, ha investito molto in questi anni nell’università ma che raramente ha espresso una domanda precisa di formazione e ricerca.
Dovremmo, tutti,  avere la modestia di ammettere gli errori compiuti e ripartire dalla volontà di costruire le condizioni per capire la complessità.
Paolo Deganello, in questo stesso convegno, ha chiarito i limiti del nostro modo di procedere e penso che la sua proposta di una “Facoltà dell’abitare” che dovrebbe proporre “una unità inscindibile delle varie discipline del progetto, dalla comunicazione al disegno del prodotto del territorio e del paesaggio” sia forse l‘unica strada  da cui ripartire.
Forse dovremmo fare un passo indietro e ripartire dall’architettura: di tutte le arti la più complessa, di tutte le arti quella che maggiormente si interroga sul futuro dell’uomo.