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ritornando...

Ritornare con uno sguardo più ampio.
“Un centro di produzione della cultura nel cuore della parte storica di San Marino può costituire una meta importante, raggiungibile, per un micro Stato che vuole continuare la sua storia.”
Così scriveva nel 1986 Fausta Morganti, l’allora Deputato alla cultura della Repubblica di San Marino, presentando il progetto Santachiara alla Biennale di Venezia. 22 anni dopo, la Repubblica di San Marino ritorna ad esporre alla Biennale di Venezia con una mostra concepita, e realizzata, proprio in quegli spazi del Monastero di Santa Chiara che nel frattempo sono diventati la sede del Corso di laurea in disegno industriale dell’Università degli Studi sammarinese.
In questo lasso di tempo il Monastero è stato restaurato, con grande sensibilità e perizia progettuale, e, anche se non si è realizzato il progetto di Fondazione pensato da Giulio Carlo Argan ed Enzo Mari, oggi quel “cuore della parte storica di San Marino”, è quotidianamente frequentato da giovani che vi studiano e lavorano per costruire, ma anche sognare, un proprio futuro.
Che le tavole di progetto, presentate alla Biennale del 1986, si siano concretizzate nel luogo che oggi produce una mostra il cui tema è una riflessione sulle condizioni delle popolazioni del sud del mondo, oltre a dimostrare che in quel posto una “meta” era realmente raggiungibile, dà anche il segno di una comunità che non si è chiusa in se stessa, a contemplare la propria storia, ma anzi trovando forza proprio nella specificità di quella storia, di autonomia e libertà, assume il senso di responsabilità di guardare ai problemi di altre comunità.
Il ritorno della Repubblica di San Marino alla Biennale di Venezia è quindi segnato da una profonda analogia tra le due storie che allora, e oggi, si vogliono raccontare tramite l’occasione espositiva. In entrambi i casi l’attenzione è rivolta verso un obiettivo culturale, un “progetto”, e gli “oggetti esposti”, le “opere”, sono pura esemplificazione di un fare, che ha ragioni più estese e parametri che non possono essere  ridotti a mere valutazioni estetiche.
Allora, il progetto (il desiderio?) di un luogo dove persone si potessero incontrare per riflettere sulla cultura del territorio (parola simbolo di quegli anni).  
Non è secondario che, in quel progetto, la foresteria avesse un ruolo centrale, dimostrando una significativa attenzione verso la necessità di rallentare i nostri ritmi e investire sullo stare insieme, mangiare, dormire e condividere il proprio tempo… unico antidoto verso la bulimia consumistica che ci circonda.
Oggi, presentiamo un luogo, l’atelieRWANDA, già esistente e funzionante dove ci siamo limitati a cogliere l’occasione di unire due, o forse più, storie che viaggiavano in parallelo.

la prima storia
Vicino a Kigali, capitale di quel Rwanda che il nord del mondo ormai ricorda (o dimentica) più per un genocidio, di cui è stato osservatore più o meno distratto, che per le verdi colline raccontate da Hemingway ; vicino a Kigali il Soroptmist ha realizzato il Centre d’accueil et de formation “San Marco”. Il termine realizzato questa volta ha tutta la ricchezza dei suoi significati.
Comprato un terreno, fatto un progetto, costruiti gli edifici per insegnare ai bambini, le case per accogliere le vedove, altri edifici per ospitare futuri studenti e persone che godranno delle attività che si realizzeranno. Già oggi in quel posto quaranta bambini godono degli stessi diritti che hanno avuto i nostri figli quando, in attesa della scuola, giocavano nei pochi asili comunali, che la nostra ricca società ora non riesce ad estendere.
Anche a San Marino esiste un club Soroptimist  che non solo ha voluto, e ha contribuito a realizzare con i club di Kigali, il Centro San Marco, ma che continua ad impegnarsi perché quella realtà cresca e sprigioni tutte le sue potenzialità.
Alcune delle “donne” del club di San Marino sono venute un giorno all’università per chiedermi se potevamo dar loro una mano al progetto ruandese. Il problema era: la lavorazione tradizionale di cestini-capanne tipo “agaseks k’uruhindu” rischia di perdersi perché troppo lenta da realizzare e quindi poco remunerativa.
Conviene fare oggetti più semplici sulla strada ormai globalizzata dell’artigianato etnico. Cosa è possibile fare ?

la seconda storia
Da quando la formazione del design, almeno in Italia, è uscita dalla marginalità che le Facoltà di architettura le assegnavano per svilupparsi, e moltiplicarsi, in piena “autonomia” nei Corsi di laurea in disegno industriale si è assistito ad una lenta, ma inesorabile, chiusura aproblematica nella difesa del “made in Italy”.
Tutto ciò mentre l’università, nel suo insieme, si rassegnava alla riforma bipartisan del 3+2: formuletta burocratica finalizzata a dimostrare che aumenta la produzione
annua di laureati, ed utile occasione accademica per moltiplicare corsi, insegnamenti, diversificando il non diversificabile e specializzando il non specializzabile.
Il risultato ?
L’insegnamento del design attuato come formazione professionale di presunti addetti all’industria reclutati con gli slogans: “se sei creativo da grande potrai firmare una lampada o rifare una seggiola” “diventerai un designer, vivrai di royalties, e in occasione del Salone del mobile di Milano il tuo nome, e il tuo volto, riempirà
le riviste patinate del settore”.
Un poco in contro tendenza a questa moda, da ormai venti anni ci occupiamo di altro, convinti che il progetto (di cui il design è, e rimarrà nonostante tutte le mode, una componente) possa anche occuparsi dei problemi che, nel frattempo, in giro per il mondo (ma anche più vicino a casa nostra), non sono scomparsi. Ci occupiamo  di design per, e nel, sud del mondo, o meglio, di trasferimento delle tecnologie appropriate e di design per la valorizzazione dei materiali naturali.

l’atelieRWANDA
Alcuni sostengono che è il “karma” che determina gli incontri. Altri, a cui mi sento più affine, ricordano invece che è la crescita nelle singole storie personali, che è il percorso culturale che compiamo, e stratifichiamo, quando abbiamo mete credibili, che determina gli incontri.
L’incontro delle due storie ha portato a realizzare l’atelieRWANDA un Laboratorio di trasferimento delle tecnologie appropriate e di design per la valorizzazione dei
materiali naturali presenti nelle varie regioni dell’Africa, dove l’Università degli Studi della Repubblica di San Marino tramite il Centro studi e progetti per l’innovazione nei paesi del sud del mondo investirà le sue risorse culturali organizzando stage per studenti  che seguono il Master in design per il sud del mondo e sperimentano possibili soluzioni a vecchi problemi come quello, non tanto banale, di avere una casa, acqua potabile.
La mostra, organizzata in occasione dell’11 Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, presenta alcuni frammenti (progetti? prototipi?) di questo
percorso.
C’entra tutto ciò con il tema lanciato da Aaron Betsky per questo appuntamento della Biennale: Out There: Architecture Beyond Building ?
Anche se sappiamo che i temi sono puri pretesti, e poi ognuno continua a mostrare se stesso, sì c’entra.
Se architettura, come scrive Betsky è “tutto ciò che può farci sentire ‘a casa’ nel mondo” c’entra moltissimo.
Se “ci serve un’architettura che interroghi la realtà”, c’entra moltissimo.
Se “la sfida dell’11 Mostra internazionale di Architettura” è “ raccogliere e incoraggiare la sperimentazione: quella delle strutture effimere, delle visioni di altri mondi o di prove
tangibili di un mondo migliore” possiamo, senza falsa modestia, sostenere che abbiamo
raccolto la sfida. Se c’è qualche cosa di diverso, nella partecipazione della Repubblica di San Marino, rispetto al programma generale della Biennale non sta nel fatto che guardiamo più al design che all’architettura ma che in una mostra ancora nord centrica, dove non a caso, fatta eccezione per l’Egitto, nessuno Stato del continente africano è rappresentato, ci
occupiamo anche dei loro (nostri) problemi.
Le storie, per esistere, sono il frutto di incontri, persone, amicizie…idee.
In questa storia sono infinite le persone incontrate per proseguire verso un obiettivo.
Andrebbero ringraziate tutte ma per tutte ringrazio solo sei donne: Bettina, Francesca, Itala, Maria Grazia, Scolastica e, ovviamente, Cristina.

Returning with a more ample vision.

“A centre for cultural production at the heart of the San Marino can be an important and obtainable objective, for a micro-nation that wants to maintain its active role in history.”
This was written in 1986 by Fausta Morganti, the appointed deputy of culture for the Republic of San Marino, in presenting the Santachiara project at the Venice Biennial.
22 years later, the Republic of San Marino returns to present an exposition at the Biennial of Venice with an exhibit conceived and realised in those very spaces of the Santa Chiara Monastery, which, in the meantime, has become the main seat for the Department of Industrial Design at the University of San Marino.
In this time period, the Monastery underwent a full restoration, employing great attention and skills to the project, and even if the project for a Foundation, conceived by Giulio Carlo Argan and Enzo Mari, was not completed, the building is now frequented daily by young people who use its spaces to work and study and realise their dreams for the future. 
It is encouraging that the project work presented at the 1986 Biennial was developed in the same place that today produces an exhibit focusing on the condition of populations in the world’s Southern Hemisphere. In addition to demonstrating that a “goal” was effectively obtained, the place also indicates a community that, instead of closing itself off in contemplation of its own history, finds its own strengths in the specificity of its history; and through its autonomy and freedom, it assumes a sense of responsibility in directing attention to the problems of other communities.
The return of the Republic of San Marino to the Venice Biennial is therefore marked by a strong analogy of the two cities, which is made manifest in this occasion for exposition.
In both cases, attention is focused on a cultural objective, a “project”, and the “exhibited objects” or “works”, are the pure exemplification of a know-how, having extensive qualifications and parameters that cannot be reduced to mere aesthetic evaluations.
This is how the project (or desire?) came about for a place where people could meet to reflect upon the ‘culture of a territory’ (an emblematic expression in those years). It is a no less important fact that the project for a boarding house had such a central role to the project, demonstrating significant attention towards the necessity to slow down the pace and invest more in spending time together, to eat, sleep and share experiences… as the sole antidote against the frenzied consumerism that surrounds us.
Today, we can present a place that already exists and functions, atelieRWANDA, which gives us the occasion for unifying two, or maybe more, parallel stories that travel side by side.

The first story
Close to Kigali, the capital city of the Rwanda, which the Northern Hemisphere remembers (or has forgotten) for the genocide that took place, for which it acted as a more or less distracted observer, rather than for the green hills there described by Hemingway. Close to Kigali, the Soroptmist realised the “San Marco” Centre d’accueil et de formation. In this case, the term ‘realised’ takes on the full significance of its meaning.
The land was purchased, a project completed, buildings built to teach children, homes to house widows, as well as other structures to host the future students and people who can benefit from the activities that are organised.
Already today, there are forty children there who enjoy the same privileges that our children once had when, in waiting to start grade-school, they could attend some of the municipal pre-school kindergarten centres, which our wealthy society no longer provides.
It is the Soroptimist club in San Marino that significantly contributed to realising the San Marco Centre along with the Kigali club, and it is through their continued efforts that such a reality can grow and attain its full potential.
Some of the “women” of the San Marino club came to the University to ask me if we could help them with a project for Rwanda.
The problem was this: the traditional “agaseks k’uruhindu” working style for basket weaving risked being lost due to  its time-consuming efforts with very little compensation.
It was easier to make more simple objects in a globalized market of ethnic artisan goods.
What was a possible solution?

The second story
From when the formation of Design, at least in Italy, started to break from the marginalisation that Architecture schools assigned to it and develop in full autonomy at the University departments of Industrial Design, there started to be a gradual but inexorable non-complicated closing of the protection of “made in Italy”.
This all happened while the University conceded to a bipartisan reform for  3+2 year programs, a bureaucratic formula with the purpose of demonstrating that it was capable of producing more University graduates. It also proved to be a useful academic opportunity to multiply courses and departments, diversifying the non-expandable and specializing beyond reason.
The results?
The teaching of Design as a field of study for the preparation of presumed professionals who were recruited with slogans such as: “if you’re creative, you’ll be able to design a lamp or a bench” – “you’ll become a designer, living off royalties, and during the trade fairs, your name and face will be printed all over the glossy pages of trendy magazines”.
In opposition to this trend, for the past twenty years, we have worked on other things, convinced that our projects (for which design is, and remains, only one component) can also focus on problems that continue to be in need of solutions all over the world.
We work with design in and for the world’s Southern Hemisphere, or more precisely for the transfer of appropriate technologies and design and the evaluation of natural materials.

The atelieRWANDA
Some believe that it is “karma” which determines our encounters. Others, with whom I rather agree, remind us instead that it is the growth of singular personal histories, making up the cultural paths, which, through our travels and stratification of attainable goals, determines our encounters.
The meeting of two stories brought about the realisation of atelieRWANDA, a Laboratory for the transfer of appropriate technologies and design and the valorisation of natural materials that are present in the various regions of Africa. The University of San Marino, through the Research Centre of Projects and Innovation in the Southern Hemisphere, is to invest its cultural resources in organising internships for students who will complete a Masters course in Design for the Southern Hemisphere and experiment possible solutions to old important problems like building stable homes and obtaining drinkable water.

The exhibit, organised in occasion of the 11th International Exhibit of Architecture at the Venice Biennial, presents a few fragments (projects or prototypes?) from this active research path.
This all has to do with the theme that Aaron Betsky set for this year’s appointment at the Biennial: Out There: Architecture Beyond Building?
Even if the themes are generally just pretexts, for groups to consider while exhibiting themselves, our presentation pertains particularly to the theme.
If architecture, as Betsky writes, “is everything that makes us feel ‘at home’ in the world”, then our presentation truly applies.
If “we need an architecture that questions reality”, our work does just that.
If the challenge of the 11th International Exhibit of Architecture” is to “adopt and encourage experimentation regarding impermanent structures, visions of other worlds or tangible proof of a better world” we can affirm, without false pretension, that we have taken on this challenge.
If there is something different, in the participation of the Republic of San Marino, regarding the Biennial’s program theme, it is not in the fact that we deal more with design than with architecture, but perhaps that we are facing problems of African countries in an exhibit that is still Northern-world-centric, where, except for the case of Egypt, no other nation of the African continent is represented.

In order to exist, stories must be the fruits of encounters, people, friendships and ideas.
In this story, there are a great number of people encountered to proceed on towards an objective.
We should thank all of them, but for all of them, I thank these six women: Bettina, Francesca, Itala, Maria Grazia, Scolastica and, obviously, Cristina.