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Lorenzo Imbesi

La Questione Etica nel Design
Già nel 1969 Victor Papanek avvertiva sulle responsabilità sociali e morali del design verso un “mondo reale” fatto di persone di carne che abitano, lavorano, viaggiano, giocano, vanno a scuola, invecchiano, si ammalano. Dalle pagine storiche di chi è considerato l’avanguardia del design a scala umana, emerge la considerazione etica che il progetto non è un lusso per strette élite tecnologiche, ma si deve interfacciare con le urgenze di un’umanità in eccesso ai limiti della sopravvivenza che affolla gli slum e i ghetti delle metropoli, riempie i campi profughi delle vecchie e delle nuove guerre, abita i centri di permanenza temporanea dell’emigrazione, è vittima in fuga da disastri naturali. La consapevolezza cioè dei bisogni e dei desideri della moltitudine degli uomini e delle donne che affollano il pianeta, quel 90% finalmente celebrato nei circuiti ufficiali del design, investe il progettista di una forma di responsabilità etica oltre la comune deontologia professionale.
Così, se la variabile ambientale ha costituito per molto tempo uno dei cardini del progetto sostenibile e l’ecodesign ne ha fissato i principi strumentali, più recentemente la riconsiderazione della dimensione etica oltre il profitto economico, apre al contempo ad un ventaglio di temi più sociali che ne complessificano l’analisi, ma anche gli strumenti e le opportunità.
La consapevolezza di vivere in un mondo più piccolo, la diffusività e la permeabilità delle nuove tecnologie dell’informazione e della conoscenza, l’elaborazione di nuovi stili di vita insieme alla consapevolezza problematica del ruolo del consumo, muovono nella direzione di una riconsiderazione critica di alcune delle categorie legate alla sostenibilità su cui si è basato per molto tempo il pensiero ecologista, unitamente ad alcuni refusi di stampo colonialista. Come il rapporto Nord-Sud del mondo, la questione tecnologica, la cultura del limite e il valore culturale dell’estetica.

Quanti Sud ci sono nel Mondo?
La mappatura geopolitica di stampo colonialista che ha costruito nel tempo il paradigma Nord-Sud, tagliando il globo in due come una mela, ha colorato allo stesso tempo gli archetipi binari in cui si riflettono centralità e marginalità, oppure sviluppo e sottosviluppo. Questo, che appare come una geografia statica, è il modello su cui si sono riferite per molto tempo le analisi sulle differenze e le disuguaglianze: i contrasti tra bianco e nero, civilizzato e selvaggio, sviluppato e sottosviluppato, occidentale e non occidentale sono i sistemi di esclusione che hanno informato nel tempo, se non legittimato, le pratiche di segregazione e subordinazione coloniali.
Ma qualsiasi analisi non può prescindere dal passaggio storico che ormai abbiamo vissuto dall’economia cosiddetta fordista: quella della fabbrica pesante e fortemente territorializzata e che organizzava il lavoro in strutture piramidali e gerarchizzate, l’economia che ha costruito le metropoli della modernità secondo diagrammi concentrici, polarizzando le decisioni e rendendo periferica la componente più subalterna. Questo movimento nella direzione del modello di sviluppo postindustriale, lascia emergere le nuove geografie economiche e produttive: in un mondo in cui la vecchia industria della catena di montaggio lascia il posto a nuove forme di organizzazione del lavoro più flessibili, permettendo alla produzione di svincolarsi dal territorio e decentrarsi, i vecchi paradigmi binari Nord-Sud e centro-periferia non funzionano più e la vecchia mappa del colonialismo non ce la fa a raccontare la complessità della contemporaneità. La nuova geografia economica taglia trasversalmente i confini del mondo e la vecchia linea di demarcazione fra Nord e Sud, segnalando al contempo nuovi fenomeni transnazionali di disuguaglianza estrema e marginalità.
L’immigrazione è uno dei processi fondativi di questa geografia mobile delle differenze che interessa soprattutto le grandi città con-dividendo nello stesso spazio produzione fisica e riproduzione sociale, potere finanziario e povertà. Infatti, la globalizzazione del mercato del lavoro coincide ed è da inscrivere come parte dello stesso processo di circolazione del capitale fuori da confini territoriali: flussi migratori e finanza globale concorrono insieme a ridisegnare attualizzando il progetto coloniale attraverso le nuove forme di disuguaglianza. Questi movimenti di fatto sconfinano il sistema delle differenze coloniali archetipiche, creando reti di nodi interconnessi che non si riconoscono più in un centro e che sono a loro volta legati alle rotte della mobilità di uomini e donne come dei soldi.
Altro fenomeno critico inedito, tra le metropoli globali che sono attraversate dai flussi dei mercati transnazionali che concentrano tecnologie e finanza, e quindi anche decisioni strategiche e scelte per lo sviluppo, oltre alle consolidate Tokyo, New York e Londra, è l’emergenza di altre città finora considerate colonie come Hong Kong, San Paolo, Città del Messico, Nuova Delhi, Città del Capo. Queste città emergono per la loro estensione incredibile in cui si accumulano infrastrutture e tecnologia, ma anche una straordinaria quantità di umanità che definisce la nuova geografia di centralità e marginalità, accentuando le differenze e le disuguaglianze e accendendo spesso il conflitto (Sassen, 1998). Se la stragrande maggioranza degli abitanti del Pianeta vivrà molto presto nelle grandi metropoli globali, e il trend non sembra essere destinato a diminuire, questi saranno gli scenari dell’emergenza su cui la produzione e il progetto si dovranno misurare.
Insomma, se è vero che il globale è ormai diventato il modo d’essere del locale, e sembra un processo irreversibile, la domanda è: ha ancora una qualche importanza parlare di Nord e Sud del mondo? O piuttosto, non è vero che possiamo rintracciare tanti Sud nel Nord come tanti Nord nei vari Sud del mondo? O anche tante periferie nel centro e tanti centri nelle periferie?

Tecnologie Critiche
In questi scenari, il tema delle nuove forme di centralità e marginalità incrocia un’altra delle categorie critiche rispetto alla sostenibilità, e cioè quello dell’accessibilità e dello sviluppo tecnologico. Qui, il problema non sembra più essere unicamente il trasferimento delle tecnologie nei Paesi in via di sviluppo, piuttosto il rischio è proprio la costruzione di una forma di “fordismo periferico” dovuto al decentramento nei paesi di nuova industrializzazione soprattutto delle lavorazioni più inquinanti; bensì riuscire a creare nuovi modelli di sviluppo che sappiano incrociare insieme innovazione tecnologica con intelligenze e capacità nella gestione dei processi, coinvolgendo così quel capitale immateriale in termini di conoscenze scientifiche e tecniche che nell’attuale società della conoscenza diventano un fattore competitivo importante. A prova di ciò sono da sottolineare i progressi nell’innovazione tecnologica al servizio della gestione dei flussi di informazione ottenuti attraverso l’investimento nelle risorse umane che hanno significato una possibilità di riscatto in molti paesi emergenti come nel caso dell’industria del software in India.
Se il cambiamento paradigmatico che stiamo vivendo ci conduce verso quella che è stata chiamata la società della conoscenza, allora saranno sempre più le capacità di accesso, ovvero il potere di accesso, e l’inclusione alle tecnologie e alla comunicazione a misurare le capacità delle società a svilupparsi autonomamente. Sarà quindi sempre più l’intelligenza e le capacità di gestire i processi a creare valore competitivo, piuttosto che il capitale immobile, e quindi sarà fattore discriminante l’inclusione a quel capitale immateriale consistente in conoscenze scientifiche e tecniche (Rifkin, 2001).
Le povertà, quindi, non si misurano più solo sui bisogni primari, ma anche sul potere di accesso a tutte le opportunità educative, culturali, informative ed economiche che la rete può offrire a costi minimi. Anche qui si misurano le nuove disparità e le differenze ingigantendo la sproporzione economica e sociale nel mondo.
Su questo tema, il pensiero ecologico ha una responsabilità storica nei confronti dell’innovazione tecnologica dei paesi meno sviluppati, considerandola spesso tout court l’unica artefice degli odierni disastri ambientali, a cui opporre la “soluzione finale” di un romantico ritorno allo stato naturale per ripristinare l’ecosfera. In questo, anche il Papanek d’annata che aveva scritto come “progettare per il mondo reale”, in alcuni punti non è esente da giudizi un po’ ideologici.
La stessa vicenda delle tecnologie intermedie, poi maturate in appropriate e sviluppate negli anni Sessanta e Settanta per i Paesi in Via di Sviluppo, ripropone una versione più povera e arretrata delle tecnologie provenienti dai paesi a capitalismo maturo, condannando così quello che era chiamato il mondo terzo ad una forma di subalternità ed all’eterno sottosviluppo, oltre a non disegnare un reale modello di sviluppo alternativo. Si è interpretata cioè per molto tempo la mancanza di risorse e la distanza dai paesi industrializzati, proponendo fasi transitorie che mediano le tradizioni indigene locali e gli impatti dei processi più avanzati nella direzione dell’adeguamento delle prospettive di crescita. È evidente, nell’analisi dell’appropriatezza delle soluzioni, il condizionamento riferito all’industria e alle tecnologie pesanti a cui si sottopone un processo di downgrading misto ad una riscoperta delle risorse e delle manualità locali per limitarne gli impatti energetici e ambientali.
L’avanzamento delle nuove tecnologie legate all’informazione ed alla conoscenza nella contemporanea economia dei servizi post-industriale, propone una condizione inedita, per le capacità che contengono di creare, attraverso la gestione dei flussi di informazione, nuove opportunità di sviluppo socialmente più sostenibili, conciliando al contempo produzione immateriale con intelligenza.
In questo senso, sono interessanti per il portato di innovazione tutti quei progetti di inclusione tecnologica e digitale, come ad esempio la dotazione di reti wireless gratuite in zone dove a volte è assente anche l’elettricità o la diffusione di computer che sappiano unire economicità e innovazione. Altrettanto, la diffusione massiva di tecnologie distribuite liberamente come sistemi operativi e software open-source, può essere in grado di rompere le logiche dei monopoli e delle multinazionali legate al digitale e propone di fatto un modello di sviluppo alternativo anche per le società più sviluppate. Insomma: se nel prossimo futuro milioni di uomini e donne nei luoghi più deboli del mondo utilizzeranno queste tecnologie così da fare “massa critica”, utilizzandone i linguaggi, non si dovranno per una volta adeguare le società più sviluppate a questi protocolli più diffusi e comuni, per lavorare, comunicare, essere presenti nel mondo?

Desideri Politici
La terza categoria critica coinvolge direttamente la questione estetica che trova connessioni soprattutto con il concetto di desiderio. Uno dei teoremi che hanno segnato a lungo la filosofia ecologica è il concetto di limite che Hans Jonas ha sviluppato attraverso l’etica della responsabilità verso le generazioni future, fornendo anche alla cultura del progetto una metafora straordinariamente efficace (Jonas, 1984). Insomma: la scomparsa definitiva del globo e la salvezza della vita naturale può essere evitata in extremis soltanto accettando ancora più che un’etica, una vera morale del sacrificio, la cui risposta estetica si configura come una forma di minimalismo programmatico di stampo calvinista, quando non si afferma una forma di cautela progettuale che spesso confluisce in una politica del “non fare” ed all’assenza di progetto. Non è forse un caso che molti dei filoni di ricerca sviluppati negli ultimi anni, sia stato legato alla normativa ambientale che spesso ha creato una forma di distanza dalla cultura del progetto.
Contestualmente, la risposta è stata spesso la diffusione di un’“estetica del rottame”, come la chiama Ave Appiano, diretta erede dell’arte povera e minimal, sfiorando spesso anche il trash, che ha privilegiato una forma ed un’espressione tra il dimesso e il pauperismo che, nella sua debolezza, ha lasciato un segno forte di pulizia morale ed estetica. In ciò, il desiderio non di rado è trattato come una minaccia da esorcizzare perché causa di spreco improduttivo, oltre la pura conservazione della vita.
Sulla stessa linea, Georges Bataille aveva chiamato lo spreco “la part maudit”, la parte maledetta, connettendola al concetto di dépense, interpretando così lo scarto improduttivo ottenuto da un’azione di consumo e vissuto come un atto di sacrificio e quindi di perdita, ma che contemporaneamente svolge una funzione sociale nei riti tribali (Bataille, 1967). In cambio della salvezza e della redenzione, i culti sacrificali/sacrali impongono cioè una perdita, spesso sanguinosa, che ha un alto valore simbolico e collettivo. La religione dell’utile sembra porsi come l’unica sfida possibile ad una civiltà centrata sull’abbondanza e il lusso che non possono che provocare spreco e distruzione.
Al contempo, una delle manifestazioni con cui la cultura del progetto si deve confrontare, è la centralità dei fenomeni di consumo nelle società contemporanee e dei nuovi significati critici che assumono, segno del superamento delle teorie utilitaristiche del bisogno. Il consumo smette di essere un’attività secondaria alla produzione e al mercato, lasciandone emergere le valenze più cognitive e produttrici di significato. Si parla in questo senso di consumo produttivo e della consapevolezza critica dei valori sociali, relazionali, cognitivi e comunicativi delle merci nella convergenza tra produzione e consumo e nella prospettiva di nuove forme di partecipazione, stili di vita, responsabilità, autoproduzione. L’estetica quindi entra in ambito politico per rivendicare un “diritto all’estetica” che includa anche valori etici e di solidarietà e non condannare ad un sottosviluppo strutturale tutti gli uomini e le donne che vivono nell’esclusione e nell’indigenza.
La “cultura del limite” e l’“estetica del sacrificio” dovrebbero in questo senso essere riconsiderati alla luce degli effetti della globalizzazione e della penetrazione dei media intorno al mondo che hanno prodotto di riflesso la diffusione degli stili di vita ed al contempo una forma di consapevolezza e di educazione estetica anche attraverso i luoghi e gli strati sociali più remoti. Perfino nelle favelas più nascoste spuntano le antenne paraboliche che spesso da sole svolgono il ruolo di informare ed educare connettendo a distanza persone e luoghi, ma altrettanto promuovendo nuovi status di consumatori insieme all’aspirazione verso gli standard occidentali. Sedotti eppoi abbandonati!
Sarà proprio l’estetica, intesa come interpretazione cognitiva di sensibilità e culture condivise, che si concentrerà la sfida per il progetto etico, fornendo scenari del quotidiano ed immaginari formali per un nuovo modello di sviluppo che integri anche una forma di seduzione. Creare un’estetica per l’etica in questo senso renderà accettabili e riconoscibili le “buone” scelte anche come scelte “belle”. Insomma: quale forma per l’etica?
Il diritto all’estetica si connette così al concetto di desiderio che può essere liberato dalla teoria lacaniana della mancanza che nasce dallo scarto tra bisogno e domanda. Rileggere il desiderio come energia liberata dall’idea di assenza costruita tra privazione e bisogno, affranca anche le pratiche di consumo dal dominio del mercato. Il consumo cioè può assumere le valenze di un atto creativo in grado di rielaborare attivamente forme e significati, superandone la logica comune di accettazione passiva del bisogno indotto.
Il desiderio si connette così all’idea di progetto, un atto creativo cioè capace di produrre realtà e felicità nel realizzarlo: una volontà di potenza, pulsione irriducibile nel colmare lo scarto tra pensiero e realtà e nella capacità di sognare svincolata dalla necessità: “se il desiderio è mancanza, è anche tristezza. Al contrario, la potenza piena del desiderio è virtù e saggezza.” (Deleuze, Guattari, 1975) L’estetica entra in ambito politico.

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The Ethical Question in Design

Already in 1969, Victor Papanek observed and recognised that there were social and moral responsibilities for the world of design to take on in the “real world”, made up of real people who live, work, travel, play, go to school, get old and get sick. So from the historic experience of the avant-garde of design at a human scale, what emerges is the ethical consideration that projects of design are not to be a luxury for a close-net technological elite; they must instead interface with the urgencies of a humanity in excess, barely surviving, crowding the slums and ghettos of our metropolises, filling the refugee camps of old and new wars, inhabiting temporary housing shelters of emigration, and fleeing natural disasters. This awareness regards the needs and desires of the multitudes of men and women that populate the planet, who are finally receiving attention from the world of design’s official circuits, and giving the project designer an ethical responsibility that exceeds any common professional work ethic.
So, while the environmental variable has long constituted one of the main pivots for projects of ‘sustainability’ and ‘eco-design’ established their instrumental principles, more recently, there have been ethical reconsiderations, going beyond economic gains, which started to open up a new range of more social themes. This naturally tends to make the aforementioned projects more complex, along with their instruments and opportunities.
The awareness of living in an ever smaller world, the diffusivity and permeability of new information technologies and knowledge, the elaboration of new life styles, as well as a problematic awareness of new roles of consumption, all move in the direction of a critical reconsideration of certain categories connected to ‘sustainability’ on which a large part of ecological theory has long been based; moreover there must also be a correction of certain colonialist misreadings, such as the relationship between the north and south of the world, the issues of technology, the culture of constraint and the cultural value of aesthetics.

How many Souths are there in the World?
The colonialist-style geopolitical mapping, which long constituted the North-South paradigm, cutting the globe in half like an apple, has concurrently defined the binary archetypes in which emblems of centrality and marginality (or development and under-development) are manifested. This seemingly static geography is the model on which many analyses have long been based, especially in reference to differences and inequality. The contrasts between black and white, civilised and uncivilized, developed and underdeveloped, western and non-western are systems of exclusion, which have in time brought forth, if not legitimised, certain practices of segregation and colonial subordination.
No analysis, however, should set aside the historic passage that was experienced with Fordist economics: factory industries, connected to the territory, organising work in a hierarchy of structural pyramids, an economy that has constructed the modern metropolis according to concentric diagrams, polarising decision processes and subordinating any marginal component. Movements towards models of post-industrial development can instead allow for new economic and productive geographies to emerge in a world where the old industries of assembly lines give way to new forms of more flexible work organisation. This can in turn allow for production to free itself from the territory and decentralise itself, as the old north-south and centre-periphery paradigms will no longer apply, and because the old maps of colonialism can no longer convey the complexities of the contemporary world.
A new economic geography will transversally cut the boundaries of the world and the old lines that separated North and South, while also signalling a new trans-national phenomena of extreme inequality and marginality.
Immigration is one of the foundational processes of this mobile geography of differences that mainly affects large cities, as it generates physical production, social reproduction, financial power and poverty all in the same place. As a matter of fact, the globalisation of the work market coincides with processes of circulation of capital outside national boundaries, just as migration flow and global finance are converging to rewrite and update a colonial project through these newly emerging forms of inequality. These movements in fact go beyond the archetypical systems of colonial differences to create networks of more interconnected and decentralised nodes, tied to the mobility flows of men and women, treated as if they were capital.
Beyond the consolidated cities of Tokyo, New York and London, another critical phenomenon within the global metropolis that is crossed by the flux of trans-national markets that concentrate technology and finance, including strategic decisions and choices for development, is the emergence of other previously considered colonial cities like Hong Kong, San Paolo, Mexico City, New Delhi, and Cape Town. These cities emerge with incredible extensions in which infrastructure and technology is accumulated along with an extraordinary quantity of humanity that defines the new geographies of centrality and marginality, accentuating differences and inequalities, and often igniting conflict (Sassen, 1998). If a major part of the world’s population is destined (as trends indicate) to live in these global metropolises, these cities will soon present scenarios of emergency, which will have to be seriously taken into consideration by all processes and projects of production.
Ultimately, if “global” is truly becoming the way of being “local”, and this seems to be an irreversible process, one might ask the following questions: what distinctions can still be made between the world’s North and South? or, Can we find as many Souths in the North as there are Norths in the various Souths of the world? and, What about the many peripheries in the centre or the numerous centres in the periphery?

Critical Technologies
In these scenarios, the theme of new forms of centrality and marginality encounters another critical category in regard to sustainability, and that regards accessibility and technological development. The problem, in this case, is no longer only the transfer of technologies to developing countries, there is also the risk in building a form of “peripheral Fordism” caused by decentralisation in countries of new industrialisation, especially in those that produce high levels of pollution. Therefore, the goal is to succeed in creating new models of development that can join technological innovation with know-how and experience in process management, thus involving an immaterial capital of scientific and technical knowledge that, in today’s society of knowledge, have become a competitive factor of great importance. Proof of this can be found in highlighting the progressions in technological innovation regarding information flux management, obtained through investing in human resources, which often translated into prospects of development for many emerging countries, such as the case of software industry in India.
If the paradigm shift that we are living leads us towards a so-called society of knowledge, then there will be an increasing number of access capabilities, that is more power of access, and inclusion into technologies of communications will be the measures of societies’ capacity to develop autonomously. Therefore, creating competitive value will increasingly depend on intelligence and the capability of managing processes, rather than fixed capital; so the new discriminating factor will be the inclusion into that immaterial capital consisting in scientific and technical knowledge (Rifkin, 2001).
Poverty, therefore, will no longer be measured according to primary needs, but also on the power of access to all educational, cultural, informative, and economic opportunities that the network can offer at minimum costs. New disparities and differences will also be measured by magnifying the economic and social disproportion in the world.
On this theme, the ecological movement has a historic responsibility towards technological innovation in less developed countries, by simply blaming it for being the main cause of today’s environmental disasters. The “final solution” often proposed by the movement is a romantic return to the natural state of a recovered “eco-sphere”. In regard to this, even Papanek, who long ago wrote “Design for the real world”, is often accountable for rather idealized ideological judgements.
The same dynamic of intermediate technologies, which matured and developed during the 1960’s and 70’s for developing countries, is currently proposing a weaker, more backward version of technology originating in countries of advanced capitalism. This not only condemns the so-called third world to a form of subordination and to perennial underdevelopment, it also avoids the planning of real models of alternative development. For much time, the lack of resources and distance from industrialised countries were dealt with by proposing transitional phases that would mediate indigenous traditions and the impacts of more advanced processes towards an adaptation to prospectives for growth. In the analysis of the correctness of solutions regarding industry and technology, what becomes evident is a process of downgrading mixed in with a rediscovery of local resources and know-how in order to limit excessive environmental impact and energy consumption.
The advancement of new technologies tied to information and knowledge in a contemporary post-industrial economy of services, proposes new conditions, for its inherent capabilities to create opportunities for a more socially sustainable development through the management of information fluxes, thus concurrently reconciling immaterial production with intelligence.
In this sense, one should note the projects of innovative technological and digital inclusion, like the employment of free wireless networks in areas where even electricity or the use of computers is lacking. Equally important is the wide-spread diffusion of freely distributed technologies, such as operating systems and open-source software, that could break the logic of multi-national monopolies tied to the digital world, while effectively proposing alternative development models even for more developed societies. In summary, if, in the near future, millions of men and women in developing parts of the world start to use these technologies and effectively use its languages to create a “critical mass”, the previously established assimilation or adaptation processes will no longer be necessary for them to work, communicate and be actively present in the world.

Political Desires
The third critical category directly involves the aesthetic issue, which connects above all with the concept of desire. One of the main ideas that have long marked ecological thinking is the concept of limit, which Hans Jonas developed through an ethics of responsibility towards future generations, thus also providing an extraordinarily effective metaphor (Jonas, 1984) particularly in terms of project designs.  In short: the definitive disappearance of natural life can be avoided only through the acceptance of something more than ethics, i.e. a true principle of sacrifice that could provide an aesthetic answer with an almost Calvinist style programmed minimalism, which often establishes a policy of “not doing” or the decision to eliminate any and all project interventions when projectual caution is lacking. It is not by chance that many recently developed lines of research are tied to environmental code and regulations, which have often created a rift with the culture of project planning.
In this context, the response has often been a wide-spread “aesthetics of the ruin” as Ava Appiano called it, taking directly from the arte povera and minimalism in Italian conceptual art movements, privileging a form and expression in between the dilapidated and pauperism that, in its demise, has left the strong mark of a moral and aesthetic cleansing. In this, desire is often treated as a threat to be exorcised because, beyond the mere conservation of life, it is the cause of unproductive waste.
Along the same line, Georges Bataille called this waste “la part maudit” the cursed part, connecting it to the concept of dépense, thus interpreting the unproductive waste discharge obtained through consumption as an act of sacrifice and therefore of loss, while at the same time recognising that it plays a social function in tribal rituals, (Bataille, 1967). In exchange for salvation and redemption, sacrificial/sacred rights impose a loss, which often involves bloodshed, having a significant collective symbolic value. It seems that the ‘religion of the useful’ posits itself as the only possible challenge to a civilization centred on abundance and luxury, which will only end up generating waste and destruction.
At the same time, some important factors that the culture of project planning must confront regards the centrality of the phenomena of consumption in contemporary societies and the new critical significance that they adopt as an indication that they are gradually overcoming utilitarian theories of need. Consumption ceases to be a secondary activity in relation to production and the market, as it lets the more cognitive and productive aspects of meaning emerge. In this sense, we are speaking of productive consumption and the critical awareness of social, relational, cognitive, and communicative values of merchandise in the convergence of production and consumption and with the prospect of new forms of participation, life-styles, responsibilities, and self-production. Therefore, aesthetics enters a political realm in order to affirm a “right to aesthetics” that also includes ethical values and solidarity, and does not condemn all of the men and women who live in situations of exclusion and poverty to forms of structural underdevelopment.
In this sense, the “culture of the limit” and the “aesthetics of sacrifice” should be reconsidered in light of the effects of globalisation and media’s penetration around the world, which have in turn produced a diffusion of life-styles as well as a form of awareness and aesthetic education even into the most remote places and social strata. Even in the most hidden favelas, satellite dishes are appearing that, through distant connections of persons and places, often have the role of informing and educating, as well as promoting a new status of consumers along with their aspirations for Western standards. (Seduced, to later be abandoned!)
It is ultimately aesthetics, understood as a cognitive interpretation of sensitivity and shared culture, on which the challenge for the ethical project will be centred. Such projects can provide scenarios of day-to-day life and formal images of new models of development that even include aspects of seduction. Creating an aesthetic of ethics in this sense can make “good” choices into “beautiful” ones, which are both acceptable and recognisable. In summary, the question remains: what form should ethics take on?
The right to aesthetics is thus connected to a concept of desire that is different from Lacan’s theory of a lacking, which stems from the gap between need and demand. To re-read desire as an energy which is freed from the idea of a lacking based on privations and need, also liberates practices of consumerism from the market’s prevailing domain. Consumerism can therefore start to become a creative act that is capable of actively re-elaborating form and meaning, thus overcoming the established logic of a passive acceptance of induced needs.
Desire is thus connected to the idea of project design; it is a creative act that is capable of producing concreteness and happiness through its realisation: it is a will to power, an irreducible drive filling the gap between thought and reality and allowing one to dream while freed from necessity. If “desire caused by want and need is sadness”, quite on the contrary, “any power filled with desire is virtue and wisdom” (Deleuze and Guattari,1975). Aesthetics thus plays a significant role in entering the political realm.


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